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  Antibiotici, Penicillina scoperta da Tiberio ad Arzano e non da Fleming, Museo Incurabili riscopre la storia - 11/06/2015

Nel centenario della morte di Vincenzo Tiberio, primo scopritore della penicillina, ad Arzano, Napoli, il Museo delle Arti Sanitarie riscopre la sua importantissima attività scientifica con una mostra ed un confronto tra scienziati ed esperti. A Napoli presso l’ex ospedale degli Incurabili, si continua, a riscrivere la storia. A ricordarlo l’Ordine dei Medici, l’Ordine dei farmacisti, il Museo delle Arti Sanitarie e le associazioni “Agrippinus”, “AriaPulita” e Legambiente. Partecipano all’incontro Silvestro Scotti, (presidente Ordine dei Medici di Napoli), Vincenzo Santagada (presidente Ordine dei Farmacisti), Ernesto Esposito (Asl Napoli 1 Centro), Vincenzo Martines (Marina Militare), Maria Triassi, (“Federico II”), Salvatore M. Aloj (Patologia Molecolare), Pasquale Giustiniani (Filosofia Teoretica e di Bioetica), Giovanni Arpino (SimgCampania), Gennaro Rispoli (Museo Arti sanitarie), Maurizio Damora (“Incurabili”), Franco Faella (“Cotugno”), Luigia Melillo (L’Orientale), Giulio Capone, Giustino Aruta, Sergio De Rosa, Salvatore Panico, Anna Zuppa Covelli, Flavia Fumo, Giulio Tarro. Modera il giornalista scientifico Giuseppe Del Bello. Dopo la tavola rotonda, visita alla mostra documentaria allestita nel Museo, un’esposizione dei diari medici, libri e altre carte appartenute a Vincenzo Tiberio che sono state messe a disposizione dalla famiglia, Anna Zuppa Covelli e Giulio Capone; insieme ad altri materiali relativi alla scoperta della penicillina e al periodo storico. Nel 1946 sulla rivista scientifica “Minerva Medica” il farmacologo Pietro Benigno scrive che “le sue ricerche sono condotte con tale accuratezza di indagine da meritare un posto fondamentale nella ricerca dei fattori antibiotici”. Il riferimento è a un giovane ricercatore nato a Sepino (Campobasso) e poi trasferitosi da alcuni parenti ad Arzano per studiare Medicina all’Università di Napoli, il suo nome è Vincenzo Tiberio. Un anno dopo il tenente colonnello Giuseppe Pezzi, ufficiale medico della Marina, rovistando in una biblioteca ritrova un articolo pubblicato dallo studioso nel 1895 su un’autorevole rivista italiana, gli “Annali d’Igiene”, edita a Roma dalla casa editrice Loescher, con il titolo “Sugli estratti di alcune muffe”. Dove, tra, l’altro, Tiberio scrive: “…nella sostanza cellulare delle muffe esaminate sono contenuti dei principi solubili nell’acqua forniti di potere battericidi… per queste proprietà le muffe sarebbero di forte ostacolo alla vita e alla propagazione dei batteri patogeni”. E’ un’eccezionale intuizione che però non verrà colta dalla comunità medico-scientifica, al contrario di quanto accadrà oltre trenta anni dopo quando il biologo inglese Alexander Fleming si imbatterà per caso (un incidente procedurale) nella stessa scoperta, e nel 1928 individuerà la sostanza antibiotica dal fungo Penicillium notatum. Una scoperta che gli valse il premio Nobel. Per Vincenzo Tiberio invece ci sarà solo una parziale riscoperta, perlopiù limitata al mondo scientifico, e inevitabilmente postuma, legata alla sensibilità dei suoi concittadini, quelli della nativa Sepino e quelli di Arzano, dove visse per diversi anni. Nella cittadina a nord di Napoli, tra l’altro, è ancora visibile il manufatto dove tutto aveva avuto inizio, ovvero il grande pozzo dove Vincenzo Tiberio notò che ogni volta veniva ripulito dalle muffe l’intero nucleo familiare (che ovviamente ne beveva l’acqua) era colpito da enteriti. Il brillante studente intuì che doveva esserci un legame tra la sparizione delle muffe e l’attività dei batteri patogeni, così riuscì a isolare in laboratorio alcune sostanze dotate di azione battericida e chemio tattica, e anche a sperimentarne l’effetto benefico, sia in vitro sia in vivo, su cavie e conigli, sino ad arrivare alla preparazione di una sostanza con effetti antibiotici. Insomma, arrivò a un passo dalla scoperta che avrebbe cambiato la storia dell’umanità – gli antibiotici – ma tutto, invece, finirà nell’oblio e nella polvere delle biblioteche, sia per la scarsa attenzione della comunità scientifica nei confronti degli studi napoletani sia perché il giovane scienziato si arruolerà nella Marina militare e comincerà a viaggiare sulle navi della flotta come ufficiale medico. E dopo il rientro a Napoli – con l’incarico di direttore del Gabinetto di Igiene e Batteriologia dell’Ospedale della Marina (nella sede di Piedigrotta) – non ci sarà più tempo: morirà il 7 gennaio del 1915, a soli 45 anni. Sebbene gli siano state dedicate delle vie (anche a Fuorigrotta), una facoltà universitaria (all’Università del Molise) e un libro (scritto dai nipoti), il nome di Vincenzo Tiberio è ancora ignoto ai più, confinato in ristretti ambienti medico-scientifici, anche per questo il Museo delle Arti sanitarie, le associazioni culturali di Arzano, gli Ordini professionali di Napoli e provincia hanno voluto organizzare la celebrazione del centenario della scomparsa con un grande convegno scientifico e una mostra documentaria nel museo a Caponapoli. Un ulteriore passo per riscoprire la figura di un altro illustre “dimenticato” della storia di Napoli e del Sud.



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